Lula: “Avanti com il rigore”
Continuità in economia nonostante gli scandali
DI ALESSANDRO MERLI
«In economia non esiste la bacchetta magica. L’economia non dipende da una sola persona. Al nuovo ministro delle Finanze, Guido Mantega, chiedo che continui a fare quello di cui c’è bisogno per lo sviluppo del Brasile, senza promettere miracoli. Solo così la crescita potrà essere migliore di quanto non è stata finora. E quando ci sarà bisogno di vincere resistenze, sa di potersi rivolgere al presidente».
Il giorno dopo le dimissioni del ministro delle Finanze, Antonio Palocci, vittima dell’ennesimo scandalo che ha investito il Governo, non è un giorno facile per il presidente Luiz Inacio Lula da Silva. Con Palocci, se ne va l’ultimo dei pilastri della sua vittoriosa campagna elettorale del 2002, dopo che José Dirceu, alter ego di Lula fin dai tempi della lotta alla dittatura militare, e il brillante pubblicitario Duda Mendonça, erano stati a loro volta travolti dagli scandali. Ma Palocci è stato più di tutti l’uomo chiave dell’azione di Governo, quello che ha imposto, talvolta anche alla recalcitrante maggioranza, ma sempre difeso da Lula, una politica rigorosa che ha tolto il Brasile dalle grinfie di una crisi finanziaria devastante.
Dentro il Palazzo del Planalto, guardato dai corazzieri di bianco vestiti, è un Lula cupo e teso, lo ammette lui stesso, quello che presiede al passaggio delle consegne fra Palocci e il suo successore Mantega. E’ un Lula guardingo quello che, in un’intervista al Sole-24 Ore, rivendica la sua leadership della politica economica e l’impegno a una linea che ha fatto di lui il favorito di molti banchieri e industriali, di mercati e investitori che un tempo lo vedevano con terrore, ma ribadisce anche la priorità della lotta alla povertà, dove il Brasile comincia a incassare qualche risultato. E’ evaporata in questi mesi la “diversità” etica del Pt, il partito fondato da Lula, anche se il presidente-operaio ha, finora, mantenuto livelli di approvazione molto alti nella popolazione, soprattutto i più poveri, che lo considerano tuttora uno di loro. E alla domanda sulla questione etica, che può diventare il tema principale della campagna elettorale per i prossimi sei mesi, Lula preferisce non rispondere. Ma è un Lula determinato quello che si è già buttato a capofitto in questa campagna. E oggi Lula è pronto a ripetere il suo messaggio economico agli industriali italiani in missione in Brasile.
Presidente Lula, tempo fa Lei ha detto di se stesso che, nelle relazioni economiche, assumeva il ruolo di “venditore” del Brasile. Cosa dirà agli imprenditori italiani che incontrerà oggi per convincerli a investire in Brasile?
Dirò loro che il mio Governo ha adottato una serie di misure per migliorare il clima per gli investimenti, sia nazionali che esteri. Per esempio, sono state introdotte riforme microeconomiche per maggior trasparenza negli affari, come una nuova legge fallimentare, maggior accesso al credito al consumo, soprattutto per i segmenti più poveri della popolazione, e un quadro per le partnership pubblico-privato. Poi sono stati fatti progressi macroeconomichi in modo da assicurare una crescita sostenibile e quindi maggiori opportunità di investimento.
Appunto, gli investitori di lungo termine sono interessati alle prospettive di crescita di una Paese, ma quella del Brasile è stata deludente e certamente inferiore a quella di altri Paesi emergenti come Cina e India. Inoltre, una crescita insufficiente non consente di alleviare la povertà.
L’elemento principale della nostra politica economica è stato quello di creare le condizioni per una crescita sostenibile nel lungo periodo. In Brasile abbiamo avuto vent’anni di stop-and-go, il che scoraggia le strategie sia del settore pubblico sia di quello privato. Recentemente abbiamo rimosso ostacoli importanti, portando sotto controllo l’inflazione e riducendo la vulnerabilità finanziaria esterna del Paese. Lo si vede dalle cifre in costante miglioramento sul commercio e sul debito. Per la prima volta da molti anni il Brasile è in condizione di affrontare altre sfide critiche e abbiamo cominciato a farlo: le pensioni, il fisco, la generazione di risorse per gli investimenti in infrastrutture. So che c’è bisogno di fare altri passi avanti su queste questioni, così come sulla riforma del mercato del lavoro, dei sindacati e dei partiti politici. Sono altrettanto importanti i cambiamenti nel modo in cui affrontiamo la povertà. Primo, un attacco diretto per l’eliminazione della povertà più estrema è un imperativo morale e politico per il Brasile. Secondo, queste misure hanno un effetto di lungo periodo perchè gli aiuti hanno come condizione che i bambini vengano mandati a scuola e tutti i membri di una famiglia si rivolgano alle strutture sanitarie. Terzo, credo che la distribuzione del reddito, attraverso queste e altre misure, come aumento del salario minimo e accesso al credito, sia decisiva per generare i consumi che sostengono la crescita. Ripeto: senza un fondamentale cambiamento nel reddito che consenta ai poveri di entrare nell’economia di mercato, il Brasile non realizzerà il suo potenziale.
Nel corso della sua presidenza, il Brasile ha adottato un profilo più alto sulla scena mondiale. Ma Lei ha cominciato come il favorito dei no-global, al Social Forum di Porto Alegre, e ora invece la sua controparte più abituale sono i leader del G-8. Ha cambiato idea sulla globalizzazione?
Non è che abbiamo cercato un ruolo di leadership in questi campi. Il miglior esempio che possiamo dare è l’apertura al dialogo e alla formazione del consenso. Sono orgoglioso del fatto che ho portato fondamentalmente lo stesso messaggio al World Economic Forum di Davos e a Porto Alegre. Sono convinto che di per sè la globalizzazione non sia nè buona nè cattiva. E’ semplicemente un fatto della vita moderna con cui dobbiamo fare i conti e cui ci dobbiamo adattare. Per prenderme il meglio, e attenuarne gli effetti negativi, va rivisto il modo in cui le decisioni vengono prese a livello globale, consentendo ai Paesi in via di sviluppo di partecipare effettivamente a decisioni che influenzano il benessere sociale ed economico delle loro popolazioni. Perciò ci siamo impegnati in tre campi: nel commercio questo significa portare al successo il Doha Round del Wto e ridurre drasticamente le misure protezionistiche che distorcono il commercio mondiale in agricoltura; in finanza, bisogna rivedere le istituzioni di Bretton Woods per consentire ai Paesi in via di sviluppo che adottano politiche responsabili di investire in infrastrutture e nei servizi sociali; nel campo della sicurezza, la riforma dell’Onu e soprattutto del Consiglio di sicurezza è necessaria per riflettere gli equilibri di potere e di interessi del mondo di oggi.
America latina ed Europa non sembrano essersi avvicinate in questi anni. Ora anche l’accordo fra Unione europea e Mercosur è stato rinviato. Lo vede come un’occasione perduta?
Il summit di maggio a Vienna fra le due regioni ha un’agenda ambiziosa, che riflette la natura vibrante dei rapporti. Non sono d’accordo che si sia persa un’occasione: lo dimostrano l’aumento di scambi e investimenti. Certo, l’accordo Ue-Mercosur avrebbe aiutato, ma bisogna tener conto dell’impatto dei ritardi nel Doha Round. Un accordo con la Ue va al di là di una semplice riduzione di tariffe come è invece il caso dell’Alca. Ha una componente politica e culturale.
Il continente delle Americhe è teatro di un confronto molto aspro fra Stati Uniti e Venezuela e l’antiamericanismo appare in aumento nella regione. Inoltre, decisioni come quelle della Bolivia di nazionalizzare le proprie risorse possono creare frizioni anche con il Brasile.
L’America latina, e il Sudamerica in particolare stanno attraversando un periodo di cambiamenti importanti, risultato di un processo di democrazia di base, evidente soprattutto nei Paesi andini. Questo comporta la revisione di politiche che per decenni, o addiruttura secoli, hanno portato assai pochi benefici ai più poveri. Il desiderio della Bolivia, per esempio, di riacquistare il controllo delle sue risorse naturali è una conseguenza comprensibile di questo sentimento. Il Brasile non ha nessun problema con la nazionalizzazione, a patto che rispetti gli interessi della Petrobras, che ha investito pesantemente in Bolivia da molti anni.
Signor Presidente, mancano sei mesi al voto e tutti danno per scontato che si ripresenti. Perchè non lo ha ancora annunciato?
Ho sempre avuto forti riserve sulla clausola di rielezione. I dubbi restano. Ci sto pensando. Ho un criterio fondamentale: che ci siano le condizioni per formare una coalizione che porti avanti con successo la piattaforma di cambiamento per il quale sono stato eletto nel 2002. Una piattaforma alle basi della quale ho dedicato la maggior parte del mio primo mandato. Questo è quello che valuterò nei prossimi mesi.

29/03/2006



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